BILBAO

Il Guggenheim e oltre

 

Chi mi segue su Instagram già lo sa: è stato un libro a portarmi a Bilbao. “Origin” di Dan Brown si apre sovrapponendo incognite e indizi con la descrizione del Guggenheim e di alcune installazioni ospitate dal museo. Da buon thriller, questo libro accende molte curiosità. In me ha acceso il desiderio di vedere dal vivo le opere di cui avevo letto. Ma il museo non è stata la nostra unica meta…

Atterrati il venerdì sera alle 23 all’aeroporto di Bilbao. In soli 15 minuti di auto giungiamo al Gran Domine Hotel che, nel centro della città nuova, effettivamente domina il Guggenheim e il Puente de la Salve.

 

 

 

 

SABATO

Centro storico 

Parco Casilda Iturrizar

Alle 10 stiamo uscendo dall’hotel e ci dirigiamo verso il Parco Casilda Iturrizar. E’ quasi vuoto e piuttosto sporco. Aleggia un antico splendore, è come essere in un giardino abbandonato di un grande palazzo.

Abbandoniamo il parco e ci immettiamo nella Gran Vìa. E’ uno stradone largo, circondato da magnifici palazzi che contrastano con le insegne di catene internazionali di negozi e di bar. Il contrasto è quasi palpabile con la via eccezionalmente deserta.

Proseguiamo sempre dritti per 20 minuti fino ad arrivare al fiume, il Nervion. Attraversiamo il ponte: se si guarda verso il fiume la sponda di destra assomiglia alla Costa Azzurra di Cannes, ordinata e vivace.

Ci addentriamo nel centro storico per raggiungere la Cattedrale di Santiago. La vediamo svettare e pare vicinissima, ma è Google Map che ci aiuta a non perdere la via nel labirinto di stradine.

Basilica della Vergine Begoña

La città vecchia si sta svegliando, è sempre più gremita man mano ci avviciniamo alla scalinata che conduce alla tappa successiva: la Basilica della Vergine Begoña. Dopo circa 350 scalini la vediamo: la facciata appare divisa in due dall’arco disegnato dalle piante ai bordi del viale pedonale. Il portone si apre e persone dagli abiti eleganti si riversano sulla via. Hanno appena celebrato un matrimonio: è il momento ideale per visitare la chiesa senza molti turisti.

Sono le 12 ed è il momento di tornare nella città nuova per visitare il Guggenheim. Questa volta, scegliamo di costeggiare il fiume per vedere da vicino il moderno ponte di Calatrava.

Man mano ci avviciniamo al museo, il panorama della città cambia e ci ritroviamo proiettati in un’immensa opera d’arte urbana. Sono il Guggenheim e il suo stile che hanno orientato la trasformazione dell’area.

Guggenheim

La nostra visita al museo ha inizio con un’esperienza sensoriale che coinvolge il palato. Il Nerua è un ristorante che fa parte dell’imponente complesso del Guggenheim. Come una modernissima grotta scavata nell’enorme cubo sul lato sinistro del museo, si schiude la sala del ristorante. Su un bancone di fronte alla cucina a vista ci servono due piccoli assaggi. Una volta seduti, le minuscole e deliziose portate si susseguono senza troppa attesa. 9 portate, 16 bocconi. Troppo poco per il mio stomaco, ma location, cibo e servizio ineccepibili.

Maman di Louise Bourgeois

Dopo pranzo, ci dirigiamo verso l’ingresso del museo, che avevo già prenotato online per evitare code. Naturalmente, come Robert Langdon in “Origin”, passiamo sotto le otto zampe sottili di Maman. Subito pare evidente il contrasto di cui parla lo scrittore, quello tra il ragno predatore, che pazientemente tesse la tela per le sue prede e incombe sui visitatori, e il ragno che tiene nel ventre le uova dei suoi piccoli e si regge su zampe sottili.

Proseguiamo la camminata passando di fronte al Guggenheim, dove ci avvolge una nube. Prima ci scambiamo sguardi sorridenti, poi, per qualche secondo, non riusciamo più a vederci nella coltre di vapore. E’ la Fog Sculpture di Nakaya.

Giriamo intorno al museo fino all’ingresso. Un’audio-guida ci fornisce alcune nozioni sull’architettura di Frank Gehry. A quanto pare la struttura è nata da una mano che si lascia guidare dall’inconscio e non dalla ragione: non c’è intenzionalità nel disegno, il progetto è onirico. Eppure, le sue linee curve e quasi insensate sembrano disegnare un’enorme sottomarino con il portellone laterale aperto, che porta il visitatore a sbirciare il cuore dell’edificio. Se dall’interno si guarda verso il fiume, la piscina di fronte dà l’impressione che il museo sorga direttamente dalle acque del corso.

Torqued Ellipses di Serra

A piano terra, visitiamo le gigantesche opere di Serra e ci facciamo risucchiare dalla spirale come il protagonista di Dan Brown.

Passiamo in rassegna tutte le sale. Ci colpiscono la tela di Rothko e le opere della Vasconcelos, tra cui un tacco a spillo alto tre metri fatto di pentole e una lampadario di sei metri fatto di Tampax.

Alla fine della visita passiamo accanto al grosso Puppy di Koons: un cucciolo di dodici metri fatto di fiori. Il mio ragazzo supera la barriera e, prima che me ne renda conto, strappa un fiore per regalamelo. Credo proprio sia illegale, quindi mi riservo la possibilità di dire che sia una storia inventata!

Stanchi ma entusiasti, andiamo al Camelia Vegan Bar, uno di quei posticini che adoro e che fanno hummus e guacamole. Sulla strada verso l’hotel mi siedo su una panchina per godermi il Guggenheim. Noto che, per quanto sia interamente fatto di linee curve, il complesso della struttura è tale per cui il suo contorno stagliato sul cielo sia costituito solo da linee rette. Il mio ragazzo mi deve trascinare in hotel perché sarei rimasta lì ore.

DOMENICA, I Paesi Baschi e la zona costiera

Sopelana

Alle 9 siamo sulla nostra Mini noleggiata in aeroporto. Viaggiamo verso la spiaggia di Sopelana. Come ho anticipato su Instagram, la spiaggia è deserta e sono tutti in mare con le loro tavole. Le acque dell’insenatura di Sopelana sono affollate di puntini neri, ma la tenerezza del sole mattutino e il rumore sovrastante delle onde creano un’atmosfera incantata, di quelle che si percepiscono solo nelle zone più isolate e selvagge. 

San Juan

Ci dirigiamo ora verso l’isolotto di San Juan. E’ una montagnetta dominata da una piccola chiesa, collegata alla terraferma da un ponte in pietra. Le campane suonano ininterrottamente e ci sono così tanti turisti che pare sia un luogo di culto. Qual’è la ragione di questo pellegrinaggio? Il fatto che sia stato il set della famosa fiction Il Trono di Spade. Se anche voi, come me, non avete mai visto la fiction, sappiate che vale comunque la pena vederlo.

Risaliamo in auto e, prima di pranzo, abbiamo giusto il tempo di berci un caffè a Guernica, la famosa città che ha ispirato il quadro di Picasso.

Alle 14.30 ci aspettano all’Azurmendi, un ristorante sulla collina a 15 minuti da Bilbao. Dopo la lunga mattinata sono affamata e i bocconcini prelibati della cucina non mi saziano per niente! Ma è un’esperienza culinaria interessante per chi è appassionato.

Tornati a Bilbao il mio programma serrato impone una visita alla Plaza Nueva e un tipico aperitivo spagnolo, ma finiamo a farci fare un massaggio in un centro sotto l’hotel. Non transigo, però, sulla vista dall’alto della città illuminata e verso sera prendiamo la funicolare che ci porta sulla collina che domina la conca di Bilbao. E’ una cosa che faccio ovunque: dopo aver visitato le città nel dettaglio, cerco di avere uno sguardo d’insieme dall’alto, da cui poi mi diverto a riconoscere i posti che ho visto.

Il nostro weekend lungo si conclude la mattina seguente con il volo per casa. Faccio solo in tempo a salutare il Guggenheim dalla terrazza della colazione dell’hotel. Non mi stancherei mai di guardarlo perché, a seconda dell’ora del giorno e della prospettiva, le sue pareti in titanio riflettono luci e colori diversi. Ogni volta mi sorprendo a coglierne un nuovo di dettaglio.

 

Tra tutte le opere contemporanee che contiene il Guggenheim, credo che solo il museo stesso sia vera arte.

 

 

 

 

 

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