L’INDIA insegna che…

 

La filosofia indiana non è solo da studiare, ma è anche, e soprattutto, da vivere. Basta un viaggio per assimilarla. Ogni giorno è una lezione. Vorrei trasmettervi i passaggi che portano a quel cambiamento interiore per cui l’India è famosa.

Le sensazioni di NEW DELHI 

Chi ha un sogno sa che per raggiungerlo bisogna passare attraverso delle tappe. Per fare l’avvocato bisogna conoscere le leggi e passare attraverso odiosissimi esami. Per fare lo scrittore bisogna conoscere la grammatica e leggere molto. Per capire l’India si passa attraverso una sollecitazione estrema dei cinque sensi.

Appena atterrati all’aeroporto Indira Gandhi della capitale, siamo accolti da un frastuono che stona con l’orario mattutino. Prendiamo la superstrada verso il centro città e subito un concerto di clacson sovrasta i nostri pensieri.

“Ma perché suonano tutti?”

“Per legge” risponde la nostra guida “per avvisare che si sta per sorpassare”.

Mi accascio sul sedile posteriore, rassegnata al frastuono.

Più ci avviciniamo alla vecchia Delhi, più le strade si affollano di motorini, tuc tuc e… mucche. Sui cornicioni degli edifici passeggiano famiglie di scimmie. Da un pulmino escono una ventina di persone. Un motorino sfiora lo specchietto della nostra auto. L’autista inchioda a pochi centimetri da una mucca che passeggia lungo la statale. Le vetture si incastrano come lego sull’asfalto irregolare.

Scendiamo dall’auto per visitare la moschea del venerdì, il Qutub Minar, costruita nel 600 per volontà del musulmano Shan Jahan (letteralmente “re sole”). Ricordatevi questo nome perché tornerà in questo articolo come protagonista di una commuovente storia d’amore.

Mentre ci stiamo abituando ai rumori, un altro senso viene sollecitato in modo improvviso e deturpante. L’olfatto è stordito da odori di sterco, sudore, urina. Questo gli amanti dell’India non ce lo raccontano!

Saliamo la scalinata fino all’ingresso della moschea. Dovremmo toglierci le scarpe in segno di rispetto, ma noi siamo attrezzati: copri scarpe in plastica da sala operatoria, anche se di sterile il pavimento ha ben poco. Tra abluzioni alla fontana, preghiere, turisti rispettosi e famiglie che parlano sorridenti come ad un picnic, l’atmosfera ha un che di lucus amoenus, di isolamento idilliaco. Delle ragazzine si avvicinano per chiedermi di fare una foto con loro. Non ne capisco il motivo, ma accetto per farle felici. Di lì a poco si è diffusa la voce e c’è una fila di persone che agita lo smartphone dicendo “selfie?”. La nostra guida è contrariata, ma come si può negar loro un sorriso?

Proseguiamo la nostra visita alla vecchia Delhi a bordo di un tuc tuc che pedala in mezzo a un mercato affollato. Quando cade la catena della bicicletta, l’uomo continua a spingere la nostra “carrozza” a piedi. Vorrei camminare perché non sopporto di vederlo faticare così ma quando glielo dico lui si offende. Colori intensi scorrono prepotenti lungo la strada stretta. Macchie fucsia, arancioni, gialle, verdi brillante, oro. Dov’è finito il nero classico che si vede per le strade europee? Anche la vista è sopraffatta.

Torniamo in hotel per la cena. Sfiniti. Entusiasti. Straniti. Lacrime sgorgano dai nostri occhi, mentre la lingua pizzica e il peperoncino brucia come un fuoco nel petto. Ed è allora che capisco la prima lezione dell’India. Diversa dal nostro modo di pensare introspettivo e astratto, la filosofia indiana dà valore alla materia, al corpo. Lo stimola in ogni modo. La scissione anima-corpo alla quale siamo culturalmente affezionati non rinnega la materia in virtù dello spirito, la integra con esso.

L’adrenalina nel RANTHAMBORE 

Il giorno successivo prendiamo un treno per raggiungere il Parco Nazionale del Ranthambore e vedere la famigerata tigre.

In India, quando sono previsti spostamenti, bisogna riservarsi l’intera giornata e non aggiungere altri programmi perché “non si sa mai quanto possa durare il viaggio” (cit. la realtà). Raggiungiamo la stazione appena in tempo. Dei ragazzi ci vengono incontro, dicono qualcosa in hindu e ci prendono le valigie di mano. Lo sguardo della nostra guida ci fa capire che va bene così. Corrono agili e veloci su per le scale della stazione con i nostri bagagli da 25 kg sulla testa. Infilano i bagagli attraverso un metal detector e poi ricominciano a correre. Noi cerchiamo di stargli dietro, mentre la nostra guida ci avvisa di non perdere d’occhio le nostre valigie perché “non si sa mai!”.

Finalmente siamo a bordo. Il treno arriva a destinazione con una sola ora di ritardo che, per l’India, significa essere in anticipo.

Il giorno successivo siamo pronti per il safari. Abbiamo tenuto le dita incrociate tutta notte per augurarci di vedere una tigre. Tutti noi abbiamo i nostri mantra, in fondo.

La mattina vediamo il temuto orso bruno e, solo nel pomeriggio, incontriamo la tigre. Sembra rilassata, seduta come una sfinge in mezzo all’erba alta. Ma quando vediamo delle antilopi a una cinquantina di metri capiamo che sta puntando la preda. Rimaniamo in attesa per mezz’oretta finchè, ad un tratto, l’enorme felino si alza, ma non si dirige verso le antilopi, bensì verso di me! Ha un passo svelto e mi fissa. Io valuto di tuffarmi dall’altro lato della macchina e darle in pasto la nostra guida. Rimango immobile speranzosa che non mi attacchi, ma mi sudano i palmi delle mani e mi accorgo di non respirare. Quando è a meno di due metri devia e si allontana. Io espiro e mi strofino i palmi sulla felpa.

Scopro solo in seguito che non mi avrebbe mai attaccata dalla jeep, mentre l’orso era molto più pericoloso. Ciò non toglie che abbia provato un’adrenalina che ha reso l’esperienza unica e per sempre vivida nei miei ricordi. Mentre l’orso l’avrei accarezzato…

AGRA e l’amore

Dopo l’intensa stimolazione sensoriale iniziale, a cui si fa l’abitudine, l’India inizia a farci battere il cuore. L’adrenalina serviva da riscaldamento. Ad Agra il cuore batte per la sua ragione più propria, l’amore.

Vi ricordate Shan Jahan? Un giorno incontra una donna bellissima. Si reca dal padre e gli chiede di poterla sposare. Il padre dice: “Figliolo, hai solo 14 anni e hai già due mogli. Aspetta almeno i 18 per la terza”. Shan Jahan attende e, al compimento della maggiore età, sposa la donna dei suoi sogni.

Per quanto fosse consueto avere un harem di donne, il re decide di non sposare più nessun altra. La regina si reca con lui ovunque, anche in guerra. Sono inseparabili. Insieme hanno 14 figli. Alla nascita dell’ultimo, a soli 38 anni, la regina muore.

Shan Jahan è inconsolabile e per 40 giorni non esce dalle sue stanze a palazzo e rifiuta il cibo. Piange disperato. Quando finalmente torna ai suoi uffici, pare aver elaborato una terapia: lo shopping compulsivo. Dovete sapere che questo re è una delle persone più ricche al mondo che sia mai esistita, quindi non bada a spese per costruire palazzi ed edifici. Tra questi, il primo è il mausoleo per la moglie: niente meno che il Taj Mahal. Subito dopo sposta la capitale da Agra a Delhi, perché non può più vivere laddove è stato felice con lei.

Un bel giorno però il figlio, più parsimonioso e forse anche un po’ tirchio, ordina di arrestare il padre perché la smetta di sperperare il denaro della casa reale. Dalla sua gabbia dorata nel palazzo di Agra, sorvegliata giorno e notte, Shan Jahan guarda il Taj Mahal e piange. Dopo 8 anni di prigionia, il figlio ordina di lasciarlo morire di fame. Dunque, l’uomo più ricco del mondo muore di stenti.

Si dice che volesse far costruire un Taj Mahal in marmo nero per se stesso, gemello del mausoleo in marmo bianco dove è seppellita la moglie. Invece finisce accanto a lei per l’eternità. La sua tomba è l’unica asimmetria dell’edificio: mentre la moglie giace al centro, la tomba del re è alla sua sinistra.

Per questo, direi che il Taj Mahal rappresenta una delle sette meraviglie del mondo, che è appunto l’Amore.

Oltre che dal luogo consueto, pieno di turisti (60.000 ogni giorno di cui 55.000 indiani), il Taj Mahal può essere ammirato anche dall’altra sponda del fiume, un luogo tranquillo che permette di assorbire l’intensa energia di questo luogo sacro.

Purificarsi a DHARAMSALA 

Dal ceppo dell’Induismo sono nate delle eterodossie, tra le quali il Buddismo. Il Bhudda, figlio di un maraja che rinuncia alla sua eredità, predica la sua dottrina che si diffonde rapidamente e diventa la religione ufficiale del vicino Tibet. Il Dalai Lama, a capo di questa religione, non è solo capo spirituale ma è anche capo temporale dello stato. Tuttavia, a metà del 900, i cinesi lo costringono a fuggire e rifugiarsi a Dharamsala, città dell’estremo nord ai piedi delle vette più alte dell’Himalaya. Tutt’oggi risiede qui, tra cime innevate, sferzato dai venti freddi delle montagne. Qui vive una comunità di tibetani che, fuggiti al regime comunista, tiene vive le tradizioni negate dai cinesi; mentre, a pochi chilometri di distanza, in Tibet, la loro gente si immola per attirare l’attenzione del mondo in una lotta non violenta contro i dominatori stranieri.

Qui visitiamo il Kangra State Museum, dove scopriamo la persecuzione operata dai cinesi a danno dei tibetani e la loro resistenza ‘autolesionista’, che ha lo scopo di attirare l’attenzione del mondo sulle loro condizioni. Più tardi, accediamo al Tempio del Dalai Lama. Facciamo roteare i famosi cilindri dorati grandi quanto un bambino grasso di 10 anni, rigorosamente con la mano destra. Entriamo nel tempio e poi proseguiamo fino alla residenza del Dalai Lama. Sappiamo che è in sede, ma non c’è modo di incontrarlo, purtroppo.

Mentre speranzosa aspetto di fronte al cancello in ferro sorvegliato da alcune guardie, noto una famiglia di indiani in attesa ad una porticina. Mi avvicino e, chiacchierando, scopro che vengono da una regione meridionale dell’India e sono giunti fino a Dharamsala perché hanno appena avuto un bambino. “E allora?”. E allora devono registrare la sua nascita come fossero ad un ufficio dell’anagrafe e chiedere al Dalai Lama di affibbiarli un nome.

Nel pomeriggio visitiamo il mercato Mc Leod Ganj. E’ singolare vedere in montagna in inverno negozi con le porte aperte, gente in maglietta che passeggia tra le bancarelle, motorini, un clima di festa. Percorriamo tutta la via fino all’inizio di un percorso che culmina ad una cascata. Ci vorranno solo 20 minuti per arrivarci. Malvolentieri la nostra guida accetta di accompagnarci: non ha l’aspetto di chi ama fare sport. Glielo dico scherzando e mi racconta che da piccolo percorreva 20 km al giorno per andare a scuola. Sto zitta.

Nei due giorni successivi facciamo due trekking: il primo ci porta alle cascate di Bhags, attraverso il villaggio di Naddi, il secondo al ponte sospeso di Neugal.

Attraversiamo un tipico villaggio di montagna, dove la gente vive di un’economia di sussistenza. Le case hanno una struttura particolare: al primo piano ci sono le camere e a piano terra le stalle degli animali poiché, nelle giornate più fredde, è il calore dello sterco a riscaldare.

Seguiamo un percorso in mezzo ad un bosco risalendo un pendio dell’Himalaya. Il vento è sferzante e il cielo annuncia un’imminente nevicata. Arrivati in vetta decidiamo di scendere prima di rimanere coinvolti nella bufera. Ad un tratto intravediamo dei colori accesi tra i rami delle piante. Ci avviciniamo e scopriamo che sono delle specie di bandierine collegate da un filo. La guida ci spiega che su ognuna c’è una preghiera che il vento trascina nell’aria purificandola.

Tornando in hotel in auto impieghiamo 2 ore anziché 20 minuti perché lungo i tornanti ci sono auto parcheggiate che dimezzano lo spazio per la viabilità. La strada è ghiacciata e un’auto si blocca fermando tutte le altre.  Alcuni scendono dalla propria vettura per dare una mano all’autista in panne. Nessuno si innervosisce. Io non sopporto le persone nervose e l’India sarebbe la mia casa ideale!

Il giorno successivo partiamo per un trekking che costeggia un torrente e attraversa un paesino di montagna. L’aria di nuovo tersa e la luce calda del sole sono idilliache. Poco dopo però, senza preavviso, inizia a diluviare e quando raggiungiamo la macchina siamo fradici. E affamati. Io, perlomeno.

Il resto della giornata è dedicato al riposo. Domani ripartiremo alla volta di Varanasi, con scalo a New Delhi. Tutto sotto controllo. Senonché, dopo due ore di attesa all’aeroporto locale, scopriamo che il volo per New Delhi è stato cancellato perché non c’è l’aereo! Tra un paio d’ore un aeroporto militare offrirà il servizio, ma dista un’ora. Prendiamo un’auto con altri turisti e a velocità sostenuta ci dirigiamo verso l’altro aeroporto in una corsa contro il tempo.

Trattandosi di un aeroporto militare, il personale non è abituato ai turisti e i controlli di sicurezza fanno ridere. Vi dico solo che il metal detector precede l’imbarco; inoltre, una volta superato, si può uscire di nuovo e rientrare con cibo e vivande. Attendiamo in una sala piena di altri passeggeri con un’enorme vetrata sulla pista, completamente vuota. Dopo un’oretta, siamo a bordo. A New Delhi avremo i minuti contati per fare lo scalo e partire per Varanasi.

L’epilogo avventuroso e potenzialmente stressante della nostra visita a Dharamsala ci mette alla prova. Scopro di essere in grado di mantenere la calma e sono brava quasi quanto la nostra guida indiana che non fa una piega di fronte a ritardi e imprevisti.

La spiritualità di Dharamsala non è all’interno delle mura del tempio del Dalai Lama, ma è fuori, nella natura, nel vento che trasporta preghiere che parlano d’amore.

La spiritualità di VARANASI

E’ buio quando atterriamo a Varanasi. Dobbiamo prendere un taxi che ci porterà ad un’imbarcazione che risalirà il Gange fino al nostro hotel. Ci vorrà almeno un’altra ora e mezza. Sono distrutta e desidero ardentemente un letto. Eppure, quando arriviamo sulle sponde del fiume, si accende qualcosa in me. C’è qualcosa nell’aria, nei rumori sommessi, nelle luci soffuse, nella scalinata in pietra che porta alla barca. E’ qualcosa di diverso dall’India che ho visto fino ad oggi, è qualcosa di magico.

Mentre solchiamo le calme acque del fiume, sono rapita dalla città che si affaccia sul fiume. Gli edifici sono addossati, alti, come una folla di gente che si spintona per essere in prima fila.

La guida ci spiega che per gli induisti è importante essere cremati sul Gange e far riversare le proprie ceneri in quelle acque. Questo fiume è una divinità. Dunque nei secoli le famiglie più ricche hanno costruito residenze più vicine possibile al Gange a cui sono collegate attraverso scalinate.

Una volta in hotel, un magnifico edificio che si affaccia sul fiume, ceniamo e ci rilassiamo su una terrazza che domina la città.

Il giorno successivo visitiamo la Banarer Hindu University e il tempio della Dea Kali. Nel pomeriggio andiamo a Sarnath, località dove il Buddha tenne il suo primo sermone. Al tramonto facciamo un’escursione in barca per assistere alle cerimonie che si svolgono sui ghat, gli argini a gradoni dove vengono cremati i defunti. Le musiche, il fuoco che arde e sale tremolante al cielo, il fumo, il rispettoso silenzio degli spettatori creano un’atmosfera intensa. Ancora oggi non trovo le parole per descriverla. Forse non esistono nel vocabolario occidentale.

All’alba del giorno seguente concludiamo la nostra visita a Varanasi con un’altra escursione. Un ossequioso silenzio domina l’intera città vecchia. I pescatori silenziosi. L’elegante volo degli uccelli. Il lento apparire della sfera infuocata dalla deserta sponda sinistra del Gange. Le acque che si lasciano solcare come il Philadelphia dal coltello. Sì, non ho ancora fatto colazione e inevitabilmente penso al cibo…

Al rientro in hotel, sistemo i bagagli e mi tuffo tra le stradine di Varanasi. Quasi subito faccio amicizia con un ragazzo che si esibisce con il flauto nel nostro albergo. Mi mostra una parte della città e un tempio induista. Siamo tutt’ora in contatto.

Concludo con un bel massaggio in hotel e poi ho giusto il tempo di raccogliere i bagagli e partire. Barca, auto, aeroporto di Varanasi e aeroporto di New Delhi con destinazione Malpensa.

 

 

 

Ci sono dei viaggi che non finiscono mai veramente perché i loro insegnamenti diventano parte di noi.

Arrivederci India.

 

 

 

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Per non lasciare mai davvero questa magica terra, al mio rientro in Inghilterra ho cercato una scuola di yoga locale. Con 200 ore di corso in meno di 30 giorni si può conseguire il titolo con validità internazionale di insegnante di yoga.

Dopo molte ricerche online, tramite conoscenze di chi ha frequentato scuole di yoga indiane, chiedendo alla mia guida e agli amici che ho conosciuto durante questo viaggio, confrontandomi con i proprietari delle varie scuole, ne ho selezionata una in particolare.

Dato che non è facile trovare una buona scuola, voglio condividere con voi il risultato della mia ricerca. Se foste interessati a fare questa esperienza, vi consiglio la Shree Hari Yoga.

Per domande scrivetemi qui: 

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