Indimenticabile

KENYA

 

Quanto può durare una sola settimana?

A volte, una vita intera.

Trascorriamo solo qualche giorno in un posto e poi quel posto rimane nel nostro cuore per sempre. Si possono dimenticare i dettagli, ma non le emozioni.

Una proustiana sovrapposizione del passato e del presente si manifesta ogni volta che guardiamo una vecchia foto, che ci troviamo immersi nella natura, ogni volta che sentiamo il profumo dell’erba dopo la pioggia.

 

PRIMO GIORNO – SAFARI

E’ il mio primo viaggio in Africa. Un charter mi porta da Milano a Roma, per uno scalo tecnico, e poi diretto a Mombasa. Atterro la mattina e la mia guida, Franky, mi aspetta con la Jeep fuori strada color verde mimetico.

Partiamo subito verso la prima tappa. In breve la strada asfaltata sfuma in uno sterrato e l’edificio di mattoni bianchi dell’aeroporto scompare. Tra un’abitazione e l’altra si inseriscono sempre più prepotentemente i confini di campi immensi, terre del bestiame. Poi, ancora oltre, lo sguardo vola libero sulla natura selvaggia della savana del Parco Nazionale dello Tsavo Est.

Si srotola un nastro di terra rossa. Anticipa il nostro percorso, finché non si articola capillarmente e si perder all’orizzonte come i rami dell’acacia.

La guida mi indica un punto. Seguo il suo dito e vedo solo tronchi di alberi sottili. Uno, in particolare, sale perfettamente dritto, senza ramificazioni. E’ il collo di una giraffa! L’emozione è amara: spero di poter vedere gli animali più da vicino!

Non faccio a tempo a pensarlo che, alla mia destra, due zebre sfilano a pochi metri dal fuoristrada. Franky le chiama ‘Juve’ per le loro strisce bianche e nere. Evidentemente è una filastrocca già recitata per mettere a proprio agio i turisti italiani con una battuta che fa riferimento alla cultura calcistica. Ma l’Africa è indimenticabile proprio perché allontana, libera, crea pensieri nuovi.

Proseguendo vediamo da vicino una famiglia di giraffe. Con un po’ di fantasioso antropormorfismo attribuisco alterità alle occhiate dall’alto che inviano di sbieco alla Jeep.

Dopo la mattinata più emozionante della mia vita, pranzo in un lodge in compagnia di facoceri e aggressivi roditori in cerca di cibo, che si fingono docili nella loro veste di ‘scoiattoli della savana’. Nel primo pomeriggio usciamo dallo Tsavo Est per addentrarci nello Tsavo Ovest.

Guadiamo un piccolo torrente. Massi lisci e allungati emergono dalle acque come secche. Quando uno di questi massi si muove e sparisce sotto l’acqua, sgrano gli occhi rivolta alla guida, ma non servono repliche. Emerge il muso di un ippopotamo. A poco a poco, al nostro passaggio, anche gli altri si mostrano nella stessa danza ordinata. Riesco ancora a rivivere l’emozione dietro al sorriso della fotografia qui accanto. Franky mi spiega che sono tra gli animali più temuti, perché, anche se erbivori, sono molto forti e sanno di esserlo. Altro che i leoni!

Ma non mi convince: io ho paura dei leoni, soprattutto!

Al tramonto ci fa compagnia una mandria di elefanti. I loro profili stagliati nel cielo vermiglio mentre allungano la proboscide al cielo sono la conclusione perfetta di una giornata perfetta.

Arriviamo al Lodge nella savana. Il corpo centrale è un grande bungalow dalla pianta circolare disegnata dalle piastrelle che sembrano posate direttamente sulla terra rossa della savana, senza gradini, senza muri. Le singole camere sono piccoli bungalow che si raggiungono lungo vialetti all’aperto. Sono già preoccupata che dalle tenebre possa saltare fuori un felino affamato. Poi, durante la cena, seduta a un tavolo al limitare della savana, circondato dall’oscurità, sento un rumore profondo. “Un ruggito” ridono i kenioti. Il “Re Leone” aveva un suono molto diverso, ma non è quello che mi interessa al momento. Mi alzo di scatto e chiedo di essere accompagnata al bungalow. Un giovane Masai mi guida nell’oscurità, armato di lancia. “Hai mai ucciso un leone?” gli chiedo. “Sì, uno piccolo.” risponde. ‘Meglio di niente’ penso e poi “L’hai ucciso con quella lancia?”. “No, no” dice ridendo “con un fucile!”.

Mi chiudo nel bungalow, tenendo stretto tra le mani il fischietto in legno che mi hanno dato al check in per chiamare qualcuno in caso avessi bisogno. Guardo fissa verso la cerniera che chiude la tenda in stoffa. Una zampata e il leone sarebbe balzato nel mio letto. Quella prima notte il mio sonno è decisamente leggero.

SECONDO GIORNO – SAFARI

Sono profondamente grata di essere sopravvissuta alla nottata, ignorando di essere felinofobica. Preparo la mia borsa, snack, malarone e tanta acqua, e sono pronta a ripartire.

Scopro che il safari non è solo un tour su un fuoristrada, ma che qualche volta si può scendere dall’auto per passeggiare nella savana in compagnia di un ranger armato (e non di un Masai con la lancia!). Durante la passeggiata posso osservare i coccodrilli da vicino. Sembrano fedeli riproduzioni in pietra messe lì per i turisti, in particolare uno che se ne sta immobile con la bocca spalancata da quando sono arrivata. Poi, all’improvviso, uno si muove come una lucertola, serra le mandibole e in pochi istanti sparisce nel fiume.

Gli ippopotami sono quasi gli animali più pericolosi: i più temuti sono gli elefanti. Vedete l’esemplare in fotografia? Questo scatto risale a qualche momento prima che gli tagliassimo la strada. Infastidito dalla mancata precedenza, si impunta, barrisce e poi ci carica. Franky, per la prima volta, si spaventa e parte in quarta.

Gli incontri con gli elefanti oggi sono sempre più frequenti. Arrivata nel Lodge, scopro che un’intera mandria convive con i turisti. Dal mio bungalow, raggiungo una veranda sul fiume. Il vialetto è stretto e ci passa… un elefante alla volta. Mentre mi gusto un tè con quella vista spettacolare, uno di loro viene verso di me sbarrandomi la strada, da un lato la roccia, dall’altro il fiume. Paralizzata, ma non quanto lo sarei stata trovandomi davanti un leone, vengo salvata dal pronto intervento di alcuni ragazzi locali che lo attirano altrove.

TERZO GIORNO – SAFARI

Mi devo svegliare all’alba per una passeggiata a piedi lungo il fiume. Sento dei passi profondi e, quando apro la tenda del bungalow, vedo un elefante a pochi metri. Mi richiudo dentro e aspetto che venga a prendermi Franky.

Poco dopo stiamo passeggiando con un ranger. Osserviamo ippopotami e coccodrilli da vicino. Da lontano invece osserva noi un leopardo. Non lo perdo di vista per un attimo per via della felinofobia.

Più tardi riprendiamo la jeep, direzione Tsavo Est. Un ruggito ci impone di cambiare direzione all’istante. Lo inseguiamo e ci conduce al mio ‘primo leone’. Franky insiste con la stessa storia: attaccano sole se affamati, non sono pericolosi, non quanto elefanti e ippopotami! Ma deve competere con le convinzioni sedimentate della bambina che c’è in me.

Il safari sta volgendo al termine. Presto la terra rossa ritorna grigio asfalto, lo sguardo sulla natura si richiude a poco a poco mentre riappaiono le prime case in pietra. Sono a Malindi, dove mi aspetta un’imbarcazione…

 

 

 

 

 

CHALE ISLAND

Con l’alta marea, Chale è un’isola. Con la bassa marea, è un promontorio che sorge sulla sabbia bianca. Un gruppo di scimmie migra giornalmente dalla costa a Chale e viceversa, seguendo i flussi.

Il Sands Resort, il solo hotel costruito su questo piccolo paradiso, ha deciso che Chale abbia un proprio fuso orario, che varia di un’ora da quello keniota. Se cliccate sul link del resort vedrete una fotografia dell’isola dall’alto. Vedete il bungalow sull’estremità? Era la mia camera.

E, sull’estremità dell’estremità, c’è una jacuzzi a sbalzo sull’oceano. Quando la marea si alza e le onde si infrangono sulle rocce di sotto, l’acqua dolce e calda della vasca si mescola con schizzi di acqua salata e fresca.

Le onde raggiungono anche le alte vetrate del bungalow. La sera rimango sempre ad osservarle mentre si infrangono vicinissime al mio viso.

Qui trascorro quattro giorni di relax. Ottimo cibo, una piscina spettacolare circondata da palme e, ogni giorno al tramonto, un massaggio all’aperto con vista sulla giungla, accompagnato dagli echi dei cori delle scimmiette immigrate durante la bassa marea.

Sono stati giorni speciali, che mi hanno dato il tempo di riflettere sull’intero viaggio. Vedere gli animali dal vivo nel loro habitat è una grande emozione, ma l’Africa è molto di più di questo. Con le sue distese selvagge senza fine. Con il suo motto “pole pole”, che significa “piano piano si fa tutto”. Con quel suo modo silenzioso di riordinare le priorità. Con quell’immenso fuori, che fa percepire un vuoto dentro…

 

 

 

L’Africa allontana, libera, crea spazi.

E non ci si dimentica di chi ha questo potere.

 

 

 

Consiglio di lettura per questa meta:

La mia Africa di Karen Blixen

Vuoi leggerlo? Clicca qui