Un paradiso nel Messico selvaggio

L’Azulik di Tolum

 

Da Lima, con scalo a Città del Messico, atterriamo a Cancun. Il viaggio in Perù è stato lungo e intenso. Il giugno peruviano cade in un inverno mite, ma sferzante. Abbiamo bisogno di venti caldi, di riposo e relax.

Siamo combattuti. Da un lato, il Messico merita di essere esplorato, ripercorrendo la sua storia dalla cultura odierna fino all’antica civiltà Maya e attraversando l’entroterra fino alle spiagge caraibiche. Dall’altro lato, siamo davvero stanchi e non vogliamo tornare a casa ancora più stanchi di quanto fossimo prima di partire. Se potessimo trovare un modo per apprezzare e conoscere il paese senza rinunciare al relax? Se potessimo rivivere l’antica cultura maya, anziché immaginarla attraverso le rovine?

A ridosso della spiaggia bianca, tra la rigogliosa foresta tropicale, si intravedono delle strutture in legno. L’impatto è minimo, si mimetizza amalgamandosi con il territorio. Sono dei bungalow collegati da sentieri sopraelevati tra le piante e gli arbusti.

Ci fermiamo con il fuoristrada all’ingresso, lasciamo le chiavi al posteggiatore. La nostra auto sparisce dalla nostra vista e, come se stessimo facendo un viaggio indietro nel tempo, siamo accolti da ragazzi in abiti bianchi che ci fanno strada all’interno dell’Azulik. Abbiamo scelto un bungalow con vista: una grande terrazza si affaccia sul mare azzurro, con tanto di altalena, dondolo e sdraio. La pianta della camera è circolare, come il letto! Ho sempre sognato di dormire in un letto tondo! Disponiamo di ogni comodità, ad eccezione della corrente elettrica. Inoltre l’enorme vetrata che dà sulla terrazza non ha tende. Ci addormentiamo con il buio e ci svegliamo con le prime luci del sole. Anche noi, come l’intero complesso, ci amalgamiamo con la natura.

La mattina scendiamo una scalinata in legno fino al bungalow della colazione. Punto il dito su un healthy bowl, mentre il mio ragazzo desidera una noce di cocco. Dopo una certa attesa: “Quanto ci mettono? Sono andati a raccogliere il cocco dalla pianta?” ci chiediamo ironicamente. Scopriamo poco dopo che è proprio così!

Decidiamo di andare a vedere il mare. Sembra incredibile camminare sulla sabbia soffice, mentre il sole ci riscalda e una brezza soffice spira dal mare. Ci arrampichiamo su una rete sospesa piena di cuscini. Il paradiso non deve essere tanto diverso. Rimaniamo qualche ora a crogiolarci al sole finché un piccolo languore ci fa venire voglia di ordinare un piatto freddo e leggero da gustarci all’ombra di un ombrellone.

Nel pomeriggio andiamo alla spa. Dopo un rito di purificazione con tanto di incenso e preghiere incomprensibili, ci lasciamo massaggiare su una terrazza vista mare. Il sole sta tramontando e la brezza calda ha cambiato direzione, soffia verso il mare, solleticandoci i piedi.

La sera attraversiamo un ponte sospeso fino al ristorante di sushi. Lo chef è italiano e ci prende in simpatia. Ci racconta la sua esperienza e le sue rivisitazioni della cucina giapponese. ‘E’ tutto buonissimo’ pensiamo guardando il cielo vermiglio e le ombre che si allungano sulla foresta.

Il giorno successivo ci avventuriamo fuori dalla nostra oasi: ci hanno organizzato una visita alle rovine Maya di Coba e alle vasche del Cenote con massaggio finale. Giunti all’ingresso, a bordo di una bicicletta, pedaliamo lungo le strade dall’antica città, costeggiamo le rovine delle abitazioni e degli edifici. Saliamo sulla cima del tempio, lungo gradinate in pietra alte e scoscese. In vetta tiriamo un respiro e ci godiamo la vista. Immaginiamo come dovesse essere stato un tempo quel paesaggio, la vita di chi portava offerte, chiedeva oracoli e interpretava gli astri da lassù. La nostra vita all’Azulik ci aiuta ad immaginare in modo fervido la realtà di quella mitica civiltà. Verso sera, attraversiamo la foresta verso una pozza di acqua dolce. Scendiamo una scala a chiocciola fino a raggiungere il pelo dell’acqua e ci immergiamo. L’acqua è fresca, illuminata da una strana luce verde. E’ profonda e mi autosuggestiono immaginando mostri marini che sbuchino all’improvviso dal fondale. Decido di tirarmi in salvo sulla piattaforma. Ci asciughiamo e ci godiamo un massaggio all’aperto, coccolato dai rumori della notte della foresta.

La mattina successiva vogliamo provare una nuova curiosa esperienza che ci offre l’Azulik: il servizio in camera. ‘Niente di speciale’, starete pensando. Se non fosse che, non essendoci corrente elettrica, non possiamo chiamare il ristorante. Allora come funziona? Semplice! Su un foglietto di carta fornito dall’hotel scriviamo ciò che desideriamo per colazione, lo arrotoliamo e lo infiliamo in una pallina con un foro e lasciamo cadere la pallina attraverso un tubo che conduce direttamente al ristorante.

La giornata trascorre improduttiva, così come dev’essere, come una domenica alla fine di una lunga settimana. La sera partecipiamo a una cena di gala aperta anche a ospiti esterni all’hotel per celebrare la luna piena. Indosso un lungo abito bianco acquistato nella boutique dell’hotel e così varco la soglia del museo interno all’Azulik. A piedi scalzi, come si richiede, attraverso la sala bianca accettando un bicchiere di champagne e qualche stuzzichino. Da lì, si accede direttamente al ristorante. L’atmosfera è calda, festosa e accogliente. Il cibo ottimo: è un menù studiato appositamente per la serata che rispetta l’ambiente.

La mattina successiva partiamo per la gita in barca. L’hotel ci prepara un pranzo al sacco con tutti i nostri cibi preferiti sigillati in barattoli di vetro. Un piccolo veliero ci porta fino alla barriera corallina per fare snorkeling. Il mare è calmo e azzurro e ci lasciamo coccolare dalle onde. Nel pomeriggio rientriamo. E’ la nostra ultima cena e ci concediamo un ultimo massaggio, per poi ammirare in silenzio il tramonto dalla nostra terrazza. Dall’interno suona “Perfect” di Ed Sheeran.

 

 

Il giorno successivo salutiamo il nostro paradiso per tornare sulla terra. La jeep riappare. L’Azulik sparisce come se fosse stato solo un sogno.