C’era una volta la

SARDEGNA

 

Questa storia inizia molti molti anni fa.

Ero ancora piccola quando sentivo parlare della Sardegna.

I grandi la descrivevano come un posto meraviglioso, con l’acqua cristallina e una natura paradisiaca.

Avevo una mia mappa del mondo che collocava la Sardegna in un luogo lontanissimo e difficilmente raggiungibile, una specie di Laguna Blu.

 

Una fiaba per i bambini

Quando ci andai per la prima volta ero ancora una bambina, ma ormai sapevo che non era un’isola deserta persa dall’altra parte del mondo.

Si dice che quando si hanno aspettative troppo elevate, quasi sempre si finisce per essere delusi. Ecco, devo dire che la Sardegna non ha deluso i miei sogni di bambina, ma li ha confermati.

Una strada incorniciata da oleandri rosa si snoda sinuosa a ridosso di una collina. Ricordo ancora che mio papà fermò l’auto in uno spiazzo che domina il Golfo di Marinella e invitò il resto della famiglia ad ammirare il paesaggio mattutino, quando il paese dormiva ancora e si poteva udire solo il rumore dolce delle onde che si infrangevano sulle coste. E’ stato mio papà ad insegnarmi ad apprezzare le piccole cose, come un tramonto, un profumo, un paesaggio, un suono. E’ una lezione in grado di allietare ogni singolo giorno.

La nostra casa è su un promontorio che si estende in direzione dell’isola di Mortorio. Ha una terrazza che si affaccia verso ovest, dove tramonta il sole. I vialetti in terracotta che conducono alla spiaggia sono invasi dal profumo delle piante di mirto.

La sabbia non scotta ancora. Affondo i piedi e mi sembra di camminare sulle nuvole. Quando raggiungo il mare, l’acqua mi viene incontro inaspettatamente. E’ gelida! Non farò mai il bagno qui! Eppure poi passai ore intere a sguazzare in quell’acqua cristallina, mi guardavo i polpastrelli grinzosi e mi dicevo che ancora poco e mi sarei trasformata in una sirena.

Mi creai un bel gruppo di amici. Il nostro gioco preferito era conquistare il materassino matrimoniale gonfiabile. Una volta che qualcuno riusciva a salirci, in pochi secondi si ritrovava ribaltato in acqua e la sfida proseguiva fino allo sfinimento. Ogni tanto ci avventuravamo fino alla boa con le tavolette messa per orizzontale che usavamo in coppia. Mentre nuotavamo ci terrorizzavamo a vicenda raccontandoci storie di squali assassini che rendevano quei duecento metri a nuoto una prova di coraggio. Nel primo pomeriggio, subito dopo pranzo, tenevamo d’occhio l’orologio nell’estenuante attesa delle quattro, quando la digestione era finita e i grandi ci lasciavano fare il bagno. A volte mentre aspettavamo costruivamo piste nella sabbia per le biglie, ma per me era noiosissimo. Preferivo fare scherzi. Ricordo di essere stata presa di peso e gettata in mare più volte per vendetta.

I nostri giochi cambiarono con gli anni. Quando eravamo giovani adolescenti ci divertivamo nel campo da Beach Volley verso il tramonto fino all’ultimo richiamo esasperato delle famiglie per la cena.

Un’estate in cui ero particolarmente in grinta con gli scherzi decisi di travestirmi da giornalista per intervistare Iva Zanicchi che aveva una casa accanto alla nostra. Ero alta più o meno 1 metro e 20, ma non me ne rendevo conto. Io e le mie amiche avevamo preso in prestito l’essenziale dalle mamme: un pareo da signora, un paio di grossi occhiali e dei sandali con la zeppa. Mi feci acconciare i capelli e presi un taccuino. Poi, senza il minimo imbarazzo, entrai nel cortile della Zanicchi. Lei era sotto il portico. Non penso avesse la minima idea di chi fossi e nel saluto cordiale che mi rivolse avvertii un punto interrogativo.

“Buongiorno, sono una giornalista. Vorrei farle un’intervista” dissi risoluta, come mi ero allenata a fare.

Lei mi accolse e rispose a tutte le mie domande assurde. Ogni tanto rideva di gusto, ma non mi fece mai intendere di aver capito l’inganno. Pensavo ci fosse cascata in pieno e nessuno dei grandi volle deludermi. Mi chiedo quanto ci abbia impiegato a capire che in realtà ero io l’ingannata.

 

Una fiaba per i grandi

Crescendo ho iniziato ad esplorare la Sardegna uscendo dai confini della nostra spiaggia. Ho scoperto la magnifica Cala Brandinchi, una spiaggia caraibica con l’acqua azzurra come una piscina che arriva alle caviglie per almeno 200 metri. Ci sono tornata di recente, quando ormai era diventata nota, e non c’era spazio nemmeno per un salviettone.

In barca con mezz’ora di navigazione vado spesso sull’isola di Mortorio. L’omofonia è deviante perché in realtà è una piccola perla dall’acqua azzurra e la sabbia bianca interamente ricamata dalle impronte delle zampe dei gabbiani.

Un’altra meta un po’ più distante è l’isola di Tavolara. C’è un punto, in cui un istmo di terra si prolunga in mare, dove si incontrano due correnti e le onde si infrangono le une sulle altre. Si dice che vi si aggirino grossi squali e che sul fondale ci siano sottomarini americani. Io non ho mai visto né gli uni né gli altri.

La vicina Porto Rotondo è una piacevole meta serale, tra ottimi ristoranti, locali e negozietti. L’immancabile Porto Cervo è un po’ troppo ‘finta’, ma sicuramente affascinante. Per qualche anno è stata la mia meta preferita per i suoi locali e le sue spiagge.

Oggi però prediligo i luoghi più autentici, inclusi i fiabeschi borghi dell’entroterra dove i ristoranti offrono piatti semplici cucinati con i prodotti locali. La seada è la mia preferita: un dolce che somiglia ad un crepe, ricoperto di miele con un cuore di ricotta.

Spesso cammino dalla spiaggia fino alla chiesa della Madonna del Monte. E’ un bel percorso tra gli arbusti che culmina sulla cima della collina che domina il Golfo di Marinella. Soffia sempre una brezza fresca che mitiga il calore del sole. Mi fermo ad osservare i colori intensi della Costa Smeralda.

 

 

Il turchese che sfuma nel color zaffiro del mare.

Lo smeraldo della vegetazione alternato agli arbusti ambrati.

E la Sardegna torna ad essere la mitica isola lontana dei miei vagheggiamenti infantili.

Una perla del cuore.