C’era una volta la SARDEGNA

 

Questa storia inizia molti molti anni fa.

Ero ancora una bambina quando sentivo parlare della Sardegna.

I grandi la descrivevano come un posto meraviglioso, con l’acqua cristallina e una natura paradisiaca.

Mi ero fatta un’idea personale della mappa del mondo e pensavo che la Sardegna fosse un’isola lontanissima e difficilmente raggiungibile, una specie di Laguna Blu.

 

UNA FIABA PER BAMBINI

Quando avevo undici anni ci andai per la prima volta. Ero emozionantissima. Ormai sapevo che non era un’isola deserta persa dall’altra parte del mondo, come avevo creduto, ma l’idea che fosse un posto più vicino al sogno che alla realtà persisteva.

C’è qualcuno che dice che quando si hanno aspettative troppo elevate, quasi sempre si finisce per essere delusi. Ecco, devo dire che la Sardegna non ha deluso i miei sogni di bambina, ma li ha confermati.

Una strada incorniciata da oleandri rosa si snoda sinuosa a ridosso di una collina. Ricordo ancora che mio papà fermò l’auto in uno spiazzo che domina il Golfo di Marinella e invitò il resto della famiglia ad ammirare il paesaggio mattutino, quando il paese dormiva ancora e si poteva udire solo il rumore dolce delle onde che si infrangevano sulle coste. E’ stato mio papà ad insegnarmi ad apprezzare le piccole cose, come un tramonto, un profumo, un paesaggio, un suono… E’ una lezione che ha allietato ogni singolo giorno della mia vita.

La nostra casa è su un promontorio che si estende nel Mar Tirreno. Ha una terrazza che si affaccia verso ovest, dove tramonta il sole. I vialetti in terracotta che conducono alla spiaggia sono invasi dal profumo delle piante di mirto.

La sabbia non scotta ancora. Affondo i miei piedi e mi sembra di camminare sulle nuvole. Quando raggiungo il mare, l’acqua mi viene incontro inaspettatamente. E’ gelida! Non farò mai il bagno qui! Eppure poi passai ore intere a sguazzare in quell’acqua cristallina. Mi guardavo i polpastrelli grinzosi e mi dicevo che ancora poco e mi sarei trasformata in una Sirenetta.

Mi creai un bel gruppo di amici. Il nostro gioco preferito era conquistare il materassino gonfiabile. Una volta che qualcuno riusciva a salirci, in pochi secondi si ritrovava ribaltato in acqua e la sfida proseguiva fino allo sfinimento. Ogni tanto ci avventuravamo fino alla boa con una tavoletta messa per orizzontale che usavamo in coppia. Mentre nuotavamo ci terrorizzavamo a vicenda raccontandoci storie di squali assassini che rendevano quei duecento metri a nuoto una prova di coraggio. Nel primo pomeriggio, subito dopo pranzo, tenevamo d’occhio l’orologio nell’estenuante attesa delle quattro, quando la digestione era finita e potevamo tuffarci. A volte ammazzavamo il tempo costruendo piste nella sabbia per giocare a biglie, ma non era il mio gioco preferito. Mi annoiavo. Preferivo nettamente fare scherzi. Per esempio, cogliere alla sprovvista un mio amico con una secchiata d’acqua. Ricordo di essere stata presa di peso e gettata in mare più volte per vendetta. Verso il tramonto, giocavamo a Beach volley fino al richiamo delle famiglie per la cena.

Un’estate in cui ero particolarmente in grinta con gli scherzi, decisi di travestirmi da giornalista per intervistare Iva Zanicchi che aveva una casa accanto alla nostra. Ero alta più o meno 1 metro e 20, ma non me ne rendevo conto. Le mie amiche mi misero addosso un pareo da signora, un paio di occhiali grossi e mi acconciarono i capelli. Con un taccuino alla mano, senza il minimo imbarazzo, entrai nel cortile della Zanicchi. Lei stava sotto il portico e mi salutò cordiale celando la sorpresa.

“Buongiorno, sono una giornalista. Vorrei farle un’intervista” dissi risoluta, come mi ero allenata a fare.

Lei stette al gioco e rispose a tutte le mie domande assurde. Purtroppo non ricordo cosa le domandai! Ogni tanto rideva di gusto, ma non mi fece mai intendere di aver capito l’inganno. Pensavo ci fosse cascata in pieno e nessuno dei grandi volle deludermi.

 

UNA FIABA PER ADULTI

Crescendo, ho iniziato ad esplorare la Sardegna uscendo dai confini della nostra spiaggia. Ho scoperto la magnifica Cala Brandinchi, una spiaggia caraibica con l’acqua azzurra come una piscina che arriva alle caviglie per almeno 200 metri. Ci sono tornata di recente, quando ormai era diventata nota, e non c’era spazio nemmeno per un salviettone.

Con il gommone e mezz’ora di navigazione vado spesso sull’isola di Mortorio. Il nome non è invitante, considerata l’omofonia con un’altra parola, ma in realtà è una piccola perla dall’acqua azzurra e la sabbia bianca affollata solo di orme di zampe di gabbiani.

Sempre in gommone, visitiamo l’isola di Tavolara. Laggiù un istmo di terra si prolunga in mare e crea una doppia corrente dove le onde si infrangono le une sulle altre. Si dice che vi si aggirino grossi squali e che sul fondale ci siano sottomarini americani. Io non ho mai visto né gli uni né gli altri.

La vicina Porto Rotondo è una piacevole meta serale, tra ottimi ristoranti, locali e negozietti. L’immancabile Porto Cervo è un po’ troppo ‘finta’, ma sicuramente affascinante. Negli anni dell’adolescenza è stata la mia meta preferita per i suoi locali e le sue spiagge, ma ho cambiato gusti in fretta.

Io prediligo i luoghi più autentici, i fiabeschi borghi dell’entroterra dove i ristoranti offrono piatti semplici cucinati con i prodotti locali, tra cui la mitica seada, un dolce che somiglia ad un crepe, ricoperto di miele con un cuore di ricotta. Ho già l’acquolina!

Spesso cammino dalla spiaggia fino alla chiesa della Madonna del Monte. E’ un bel percorso tra gli arbusti che culmina sulla cima della collina che domina il Golfo di Marinella. Soffia sempre una brezza fresca che mitiga il calore del sole. Mi fermo ad osservare i colori intensi della Costa Smeralda.

 

 

Il turchese che sfuma nel color zaffiro del mare.

Lo smeraldo della vegetazione alternato agli arbusti ambrati.

E la Sardegna torna ad essere la mitica isola lontana dei miei vagheggiamenti infantili.

Una perla nel cuore.