Selezione Naturale

di Alessandra Giavazzi

 

Oltre la finestra, nello splendore illeso della città imperiale il cuore vedeva le rovine. Ciò che il tempo non aveva scalfito era stato lentamente divorato dalla storia. Gli edifici erano simulacri il cui valore era stato corroso a partire dalle fondamenta. Otto non si sarebbe sorpreso di vederli sgretolare da un momento all’altro come carta al fuoco.  La sua eccentricità gli esplodeva dal petto mentre si pensava parte di quello che la storiografia avrebbe riportato come un momento cruciale. O forse era il dolore che si stava spandendo nel suo stomaco e costringeva i residui di vacue aspirazioni egoistiche ad abbandonare il suo corpo. Se il potere che sentiva di possedere fino a poco prima fosse stato realmente concreto adesso avrebbe potuto scagliarlo contro gli invasori barbari della sua terra. Invece la sua posizione sociale, il suo denaro, la sua nobile origine non potevano nulla. Erano stati corrosi insieme all’impero. Cosa può desiderare un uomo quando crolla il sistema stesso che aveva instillato in lui il desiderio? Forse solo sopravvivere.

“Vuoi da bere, Otto?”

“C’è del buon vino in cantina” disse piatto senza voltarsi.

“Otto, tieni. Bevi un po’ d’acqua. Sta finendo”

“No. Non voglio affezionarmi al sapore dell’acqua. Proprio perché sta finendo”

“Come vuoi. Ma l’abnegazione non ti salverà dalla sofferenza.”

“Lo farà la morte”

“Allora perché non ti uccidi subito? C’è poca acqua, ma guarda!” disse e scaraventò a terra un vaso di ceramica.

Otto distolse lo sguardo dalla finestra e fissò l’altro attonito.

“Guarda. Ci sono tanti modi per morire. Perché non ti tagli la gola?” esclamò brandendo un coccio da terra e agitandoglielo davanti.

La porta del salone si aprì di colpo e un omone in divisa dai capelli ricci e neri puntò gli occhi tondi e adirati prima sui due uomini e poi sui cocci bianchi a terra immobili come petali strappati. Si sentì una voce autorevole e incomprensibile provenire alle sue spalle dalla stanza contigua e il soldato, lanciata un’ultima occhiata terrificante, se ne andò trascinando con forza la maniglia dietro di sé. L’anta rimbalzò sullo stipite e rimase socchiusa. Si udirono scambi di battute dalla cadenza formale e poi un rumore di passi ritmati fece vibrare il pavimento fino a dissolversi lungo le scale.

“Se ne sono andati?”

“Prigioniero in casa mia…” piagnucolava Otto a bassa voce fra sé e sé.

“Otto…”

“Non se ne sono andati tutti, stupido. Hanno scoperto il nascondiglio di altri patrioti. Li stanno andando a prendere e ritorneranno. Una guardia è rimasta qui”

“Come lo sai? Capisci la loro lingua?”

“Qualche parola”

“Ci uccideranno”

“Certo che ci uccideranno. Ma che cosa importa?”

“Non lo so. Non ho vissuto abbastanza né per amare la vita né per temere la morte. Però sento che non mi dispiacerebbe avere più tempo”

“Ora che tutto è finito?” domandò Otto con un fastidioso tono retorico.

“Solo il mondo per come l’abbiamo conosciuto. Ma se riusciamo a fuggire oltre la frontiera…”

“Taci!”

Poi, a bassa voce Otto si mise a tradurre al ragazzo ciò che capiva di una conversazione telefonica proveniente dall’altra stanza.

“Lo stanno richiamando. C’è un pacco da ritirare. Dice che non può abbandonare la base – casa mia la base di questi maledetti invasori – perché ci sono alcuni prigionieri da sorvegliare. Noi due. Non hanno ancora verificato la nostra identità.”

“Per fortuna! Se sapessero che proprio oggi mi sono recato da te per avere le direttive per un nuovo contrattacco…”

“Fa’ silenzio! Deve andare a ritirare il pacco. Porterà con sé solo uno di noi due.”

La voce cessò e si sentì riagganciare il telefono.

“Uno di noi due potrà fuggire…” disse Otto pensante.

“Sei sicuro di aver capito bene? Mi sembra assurdo!”

Otto lo ignorò.

“Se hai capito bene…” riprese il compagno “È giusto che sia tu a fuggire. Tu servi di più alla nostra causa. Tu sei la mente, io solo un braccio come tanti altri!”

“Non dire sciocchezze, ragazzo. Non saremo noi a scegliere chi andrà con lui e chi rimarrà qui incustodito. Sarà lui a scegliere.”

Calò il silenzio. Appesantito dai rintocchi del vecchio orologio a pendolo, cimelio di famiglia, che pareva d’un tratto essere diventato più rapido. Otto avrebbe voluto prenderlo a calci fino a distruggerlo. Quello che credeva essere un oggetto di prestigio, quasi animato, era diventato sono un altro simulacro senza vita. Non svolgeva più nemmeno la sua funzione primaria, poiché non era più importante misurare il tempo. I secondi, i minuti, le ore, i giorni non erano più la distanza dagli appuntamenti di una vita programmata. Il pendolo non misurava più il tempo. Eppure il tempo esisteva lo stesso, nei loro cuori, nella paura, nella disperazione, nella morte. Ed era più veloce, viaggiava rapido quanto i loro pensieri.

Il ragazzo irruppe tra quel ritmo insensato:

“Pensi che sarà una scelta casuale?”

“Può essere. Allora possiamo solo attendere”.

“E se scegliesse in modo ponderato?”

“Dovremmo fare in modo di porci in condizioni più simili possibile, alla pari sotto ogni aspetto”

“Come?”

“Sediamoci vicini. Vieni qui dove sono io.”

“No. Sediamoci qui, a metà strada tra l’uno e l’altro”

 

Si sedettero sul divano, esattamente di fronte alla porta socchiusa.

“Adesso togliti questa giacchetta” gli intimò Otto.

Il ragazzo se la tolse e la buttò lontano. Rimasero entrambi in camicia.

“Devi tagliarti un po’ i capelli, Otto. Sembrerai più giovane”

Il ragazzo si chinò a terra e scelse un coccio di ceramica abbastanza grosso da poter maneggevole. Il più affilato. Si pose alle spalle di Otto e prese a segare la chioma del compagno.

Per un po’ nessuno dei due aprì bocca. Poi il ragazzo spinse con la scarpa i capelli tagliati sotto al divano e si sedette di nuovo accanto a lui.

“Sanguini!”

“Mi sono tagliato, ma non fa niente”

“Dammi un coccio”

In un attimo Otto si fece lo stesso taglio, sulla mano speculare a quella del ragazzo.

“Non era necessario. Perché lo hai fatto?”

“Non sappiamo nulla di quella guardia. Non possiamo basarci sulle nostre percezioni. Me lo hai insegnato tu poco fa, ragazzo: quando crolla un sistema o crolli insieme ad esso o provi a scoprire se esistono altre verità che relativizzano quella in cui avevamo creduto fino al momento prima. Non sono tutti come noi. Magari la ferita è importante”

“Spero proprio che ragioni in modo diverso da noi. Perché io avevo pensato una cosa tremenda.”

“Cosa?”

“Io avevo pensato che la cosa più intelligente sarebbe stata quella di portare con sé solo uno di noi, perché naturalmente non potrebbe portarci entrambi”

“Sì, questo è quello che ha detto al telefono”

“E tramortire l’altro, almeno al punto da impedirgli di fuggire”

Otto ci pensò su mentre il suo sguardo si spostava in alto a destra.

“Non lo farà” disse poi.

“Come fai ad esserne certo?”

“Non lo farà perché non si tratta più, in questo caso, di una legge degli uomini, ma di una legge della natura. È la selezione naturale. Uno dei due deve per forza sopravvivere.”

“Il più forte?”

“Questo lo vedremo”

Il ragazzo avvicinò la mano timidamente e strinse quella di Otto. Egli la ritrasse di scatto.

“Hai sentito quello che ho detto? Se pensi che certi uomini siano impietosi, sappi che la natura lo è ancora di più. Questo tuo istinto non è amorevole come credi.”

Otto tacque per un attimo, poi si corresse:

“La natura, in fondo, è semplicemente ignara del bene e del male come lo intendiamo noi, poiché serve un bene più grande che non possiamo capire.”

“Quello di dio?”

“Non proprio. Quello cui i vari dei hanno cercato nei secoli di spiegare.”

“Non capisco”

“Nemmeno io. So solo che non bisogna affezionarsi alle persone nella morte, ma nella vita. Non nel dolore, ma nella felicità.”

“Per questo hai rifiutato l’ultimo goccio d’acqua?”

“Penso di sì”

Allora il ragazzo si tolse dal collo una catenina d’oro e la diede a Otto.

“Accetta questa. Non è un gesto d’affetto. E nemmeno un gesto altruistico. Vorrei solo essere ricordato.”

Otto lo squadrò un poco e se la mise al collo.

Si zittirono poco prima di udire dei passi nella stanza contigua. Chissà quanto era passato dalla telefonata, forse un quarto d’ora, forse cinque minuti, forse di più.

“Cosa diciamo se ci fa delle domande?” intervenne il ragazzo allarmato.

“Che questa non è casa nostra.”

La guardia spalancò di nuovo la porta. I due uomini si irrigidirono sulle loro postazioni mentre osservavano la fonte della loro unica via di fuga e cercavano di intendere i suoi pensieri attraverso gli occhi roteanti. D’improvviso lo sguardo tremendo si posò su Otto. Pronunciò qualcosa di autoritario che rimbombò nella sala. Otto gonfiò i polmoni, come per contenere il dolore senza scoppiare. Guardando nel vuoto disse a bassa voce aprendo appena la bocca:

“Addio”

Poi si alzò lentamente e ritornò sulla poltrona accanto alla finestra, a guardare di fuori.

La guardia, che fino a quel momento era rimasta sulla soglia, irruppe nella stanza, afferrò il giovane di scatto e lo portò via con sé.

 

Di Otto non si seppe più nulla, ma la sua stirpe vive ancora. Misura ancora il tempo con il pendolo e crede in una legge della natura che si manifesta con un fastidioso, ma prevedibile, cambiamento delle stagioni.