SIVIGLIA

Una “corrida” nel weekend

 

SABATO alla scoperta della città andalusa

Con il primissimo volo del mattino, giungo in una Siviglia che non si è ancora svegliata.

La prima tappa è la Cattedrale, una delle più grandi chiese al mondo. La sua particolarità è il patchwork di stili, tra gotico, rinascimentale e barocco, con qualche ritaglio della vecchia moschea, costruita durante la dominazione araba. La Giralda, vecchio minareto, attuale campanile, offre un’ottima vista di tutta la città.

Statua di Bequer

Non resisto alla tentazione di prendere una delle tante carrozze sulla piazza che mi conduce trotterellando a passo d’uomo nel Parco di Maria Luisa. Passo accanto alla statua dedicata al poeta romantico Bequer. Il cocchiere mi invita a fare una fotografia accanto al complesso scultoreo. Dice che gli innamorati che si siedono lì restano insieme per sempre. Procedo poi verso l’incantevole Piazza di Spagna.

Nel pomeriggio decido di perdermi, come al solito, per scoprire i luoghi della vita vera di Siviglia. Tanto c’è Goog… No! E’ il 2009 e Google Map non è ancora diffuso. Mi affido alla preziosa mappa cartacea della città. In fondo, non è così difficile da leggere e, devo ammetterlo, l’uso della mappa virtuale negli anni successivi avrebbe peggiorato la mia capacità di orientamento.

Arrivata in hotel nel tardo pomeriggio sono stanchissima. Mi appisolo aspettando l’ora di cena…

DOMENICA e la Corrida

…Ma mi risveglio la mattina successiva! La domenica è giorno di riposo e, una volta, non riuscivo a vincere la pigrizia del settimo giorno facilmente come ora. Dopo colazione, prendo il sole sul roof dell’hotel, senza però smettere di studiare la cartina.

Nel primo pomeriggio inizio una passeggiata che costeggia il fiume Guadalquivir. Mi innamoro di questa città. Ricordo di aver pensato: “Ecco una città in cui vivrei!”. Ed è stata la prima e l’ultima volta che l’ho detto.

Plaza de Toros

Più tardi, giungo alla Plaza de Toros per assistere alla corrida. Trovo che sia una tradizione atroce e la Spagna, infatti, è sempre più sensibile alla questione della sua abolizione. Tuttavia non si può negare che sia un’esperienza intensa. Il sole è sempre più basso nel cielo, la temperatura cala dolcemente, lo spettacolo dura 4 ore, ma io non me ne accorgo. Dapprima si susseguono toreri vincitori poi, all’improvviso, un toro coraggioso si abbassa fino a infilare le corna sotto le protezioni di un cavallo e ribalta il cavallerizzo e il suo destriero. Rapidi, intervengono gli aiuti sull’arena per distrarre il toro e impedire che ferisca l’uomo a terra. Risolto l’incidente, lo scontro prosegue e si fa più accesso. “Matalo” urlano dagli spalti. Ma il toro non demorde, nonostante le ferite inflittagli, attacca il torero che vola per aria e si accascia a terra accovacciandosi. Per un attimo penso che sia gravemente ferito, ma poi si rialza e, dopo una strenua lotta, ferisce a morte il toro trafiggendoli la spina dorsale. Una volta che il toro è a terra senza vita, il torero strappa un’orecchia che diventerà il simbolo di un incontro più arduo del solito.

So che la maggior parte di voi, come me, lo trovano atroce. Eppure la corrida attrae, perché stuzzica una pulsione innata, cioè il bisogno tutto umano di essere di fronte al pericolo per sentirsi in salvo. E’ lo stesso principio per cui quando vediamo un’auto distrutta da un incidente per strada abbiamo la tentazione di voltarci per guardare ciò che è accaduto.

E’ ora di cena, ma l’adrenalina mi ha chiuso lo stomaco. Sono profondamente dispiaciuta, ma mi sento incredibilmente “viva”.

 

Il lunedì mattina mi riporta a casa con un bagaglio carico di una nuova indimenticabile esperienza.

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